Farsi disegnare per accettare il proprio corpo: il progetto grafico di M Your Body

Guardo le mie amiche e le vedo bellissime. Eppure sono quasi tutte impegnate a ingigantire difetti corporei che esistono solo nella loro testa… Ammettiamolo, noi donne siamo speciali in questo. Guardo le mie amiche e penso con dispiacere a quanta energia sprecano a voler nascondere o modificare quelle caratteristiche che le rendono solo uniche, mi dispiace sapere che quando si guardano allo specchio non si vedono bellissime.

Ho sempre voluto bene al mio corpo, nonostante fosse sghembo, sproporzionato (rispetto a cosa?), poco funzionale, e questo mi ha aiutata tanto ad accettarmi. Ma se prima ero comunque un po’ a disagio a mostrarne alcune parti, ora posso dire senza falsa modestia che sono proprio innamorata del mio aspetto e felice di essermi liberata del pensiero di essere difettosa.

Certo, ci sono dei momenti in cui mi sento ottant’anni anziché trentuno, e non sempre sono felice di farmi vedere dal corriere figo di Bartolini appena alzata dal letto: ma a parte questi disagi momentanei, sono in pace col mio corpo e credo che questo si rifletta anche all’esterno.

La percezione di se stessi

Come ci sono arrivata? Senz’altro la fotografia ha avuto un ruolo importante: guardandomi attraverso le foto scattate da me medesima o dagli altri (e quindi anche attraverso i loro occhi amorevoli), ho imparato a prendere confidenza con il mio aspetto insolito, ad abituarmi a lui, ad apprezzarlo.

Nanabianca e Boudoir Disability
Uno scatto da Boudoir Disability di Micaela Zuliani

C’è chi usa la fotografia (o la lingerie) proprio come uno strumento di accettazione, una sorta di percorso terapeutico: è il caso di Micaela Zuliani di Portrait de Femme, che ho conosciuto nel 2016 grazie al suo progetto Boudoir Disability, nel quale «si è scelto di fotografare donne con disabilità in pose sensuali per abbattere la discriminazione utilizzando l’arma della seduzione». Quanto mi sono divertita quel giorno a posare per lei, e quanto mi vedo sicura nelle foto che mi ha scattato!

La missione di M Your Body

Proprio una delle immagini di Micaela ha innescato un nuovo progetto: poco prima dello scorso Natale una certa Marine di M Your Body mi ha contattata su Instagram, apprezzando quella foto boudoir sul mio profilo e chiedendo il permesso di disegnarmi.

 

Disegno di M Your Body
Alcuni disegni di M Your Body

Un rapido sguardo alla sua galleria e la scintilla d’amore è scoccata: questa ragazza francese, insegnante di arti applicate, usa il disegno per mostrare senza giudizio il modo in cui ci riveliamo sui social network. Lavorando ogni giorno a contatto con i giovani, Marine vede quanto questi facciano fatica a prendersi cura di se stessi, perché in costante conflitto con l’ideale imposto dalla società.

L’approccio bodypositive

Partendo sempre da una fotografia di riferimento, Marine ritrae ogni tipologia di fisico, di uomo o di donna: magro, grasso, post-gravidanza, bodybuilder, con protesi, in sedia a rotelle, e ora anche nano… I suoi corpi a penna e pennarello sono vivi, vibranti, scintillanti: i volti non sono mai definiti, per concentrare l’attenzione sul resto.

Corpi disegnati da M Your Body
Corpi disegnati da M Your Body

Marine crede che «vedersi con gli occhi di altri, attraverso la fotografia, il video, il disegno o la pittura può aiutare ad accettarci di più». Il suo è un invito ad avere un atteggiamento positivo, un incoraggiamento a provare benevolenza verso se stessi e verso gli altri: «Nonostante le nostre differenze fisiche, le cosiddette “imperfezioni”, siamo tutti belli e tutti abbiamo valore» (ho trovato questa bella intervista qui).

Il mio corpo secondo Marine

Quando ho ricevuto il mio ritratto ho provato ancora una volta cosa vuol dire vedermi attraverso gli occhi degli altri, ma con una nuova sensazione perché il disegno è una tecnica totalmente diversa dalla fotografia: dà spazio a modifiche e interpretazioni, permette di nascondere o caricare le imperfezioni. Eppure Marine, nonostante il suo tratto personalissimo, si è fedelmente attenuta alla foto che le avevo dato, senza sconti.

Nanabianca nel ritratto di M Your Body
Nanabianca nel ritratto di M Your Body

E così, le pieghe della mia pancia, le mie ginocchia che cercano di baciarsi, i miei piedi che non stanno in piedi… sono tutti lì, in quel disegno che mi rappresenta così pienamente. Possono sembrare dettagli impietosi, ma se fosse altrimenti M Your Body non avrebbe raggiunto il suo scopo: l’ho realizzato quando un amico, guardando il disegno che pure gli piaceva, ha detto «ti ritrae bene però marca troppo i difetti, specie sulla pancia… sembri grassottella ma non lo sei».

Al che gli ho mostrato la foto originale e, fiera paladina dell’unicità del mio corpo, ho ribattuto: «Ma vedi, è proprio la mia pancia!».

 

Potete vedere i capolavori di Marine o commissionarle il vostro disegno qui:

2 risposte a "Farsi disegnare per accettare il proprio corpo: il progetto grafico di M Your Body"

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  1. Ciao, sono una ragazza di 17 anni. Ho letto un tuo articolo redatto dal Corriere della Sera, e mi ha colpito il tuo spirito, così ho voluto approfondire la mia curiosità qui, sul tuo blog.

    Dall’intervista si percepisce la tua ironia “coraggiosa” e realista. E’ proprio il tuo tratto scherzoso e brioso a emergere, non l’insicurezza, il dolore o la diversità che spesso si sente esprimere e sottolineare dalle persone affette da disabilità. Solitamente i messaggi trasmessi da individui fisicamente “meno fortunati” o di aspetto diverso dalla normalità comune mirano all’apprezzamento di ciò che si ha o alla determinazione. Cercano di motivarci mostrandoci il loro impegno, che di frequente è maggiore di quello che mettiamo noi, che avremmo più facilità.
    Tu invece rispondi schietta, con genuinità alle domande poste; la tua malattia compare come un puro tratto della tua persona, non ne fai l’aspetto unico e centrale, ne parli come una semplice caratteristica quale è. Di primo impatto può sembrare una particolarità frenante, invece per te è il contrario, e ne ho capito il motivo in questo post, che è stato anche il primo a colpirmi. Tu ti accetti completamente così come sei. E si sente che sei sincera, anche se sembra impossibile, o almeno a me. Non perché non sia giusto, anzi, ma perché io non mi sono mai accettata fisicamente. Per cui mi sembra quasi inverosimile che qualcuno con un corpo evidentemente diverso, e che io immagino difficilissimo da accettare, riesca ad amarsi veramente. Leggendo le tue parole sincere mi sono sentita addirittura ingiusta e egocentrica a non ammirare il mio corpo, giudicandolo e demoralizzandomi puntualmente per dei difetti che probabilmente gli altri non vedono, mentre la tua altezza inconsueta è più lampante.

    “Rispetto a cosa?” Scrivi, ti chiedi giustamente. Effettivamente i punti di riferimento con i quali ci si confronta sono meri punti di riferimento, e spesso coincidono con i modelli comuni, con il “normale”.
    Tu sei riuscita a non attaccarti alle “proporzioni” dettate dal senso comune, anzi hai trovato non solo il lato positivo della tua particolarità, ma mostri e apprezzi la verità.
    A proposito, straordinariamente nel giro di una settimana ho letto in due libri diversi delle allusioni all’importanza della verità, che ho buttato su me stessa, e sul rifiuto che ho del mio corpo. “C’è un solo modo per sbarazzarsi delle proprie ombre: affrontarle e imparando a vivere con la verità”, recitava uno dei due libri. Nell’altro, similmente, veniva mostrata l’essenzialità di quello che siamo e non possiamo cambiare, sotto forma di metafora. Venivano descritte delle tartarughe che non accettavano il fatto di avere un guscio, considerandolo un peso, chiudendosi così in loro stesse, inattive e tristi, o ancora di un melo che si rifiutava di crescere mele, perché era circondato solo da peri, e vedendo i frutti degli altri alberi si sentiva diverso e sbagliato.

    In conclusione, sono sinceramente colpita e ammirata da te, che hai fatto crescere sulla tua chioma copiose mele, senza lasciarti influenzare dai peri intorno, e che non hai mai permesso al tuo guscio pesante di fermarti.

    Piace a 1 persona

    1. Silvia, che dire? Il tuo messaggio profondo e articolato mi riempie di gratitudine. Davvero hai 17 anni? Scrivi molto bene, e pensi ancora meglio!
      Ho adorato la metafora del melo e dei peri, da dove è tratta?
      Non ti preoccupare, l’accettazione di se stessi non è sempre automatica o innata, a volte ci si arriva dopo un’infinità di tempo o di esperienze che però, a posteriori, capiamo aver avuto un senso. Voglio rassicurarti: a te ora sembra tutto gigante e insormontabile, così come i “difetti” di cui parli, ma sono sicura che non sarà sempre così. Non devi sentirti sbagliata se per adesso non ti accetti, ci sarà tempo e modo.
      Se vuoi scrivimi: nanabiancablog@gmail.com 🙂

      Francesca

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