Ecco perché voglio tornare alla mostra di Marina Abramović a Firenze

Era un lunedì di inizio giugno quando sono riuscita miracolosamente a comprare i biglietti per Marina Abramović Speaks del 22 settembre a Firenze, per me e per altre tre amiche: aspettavamo da giorni che venisse annunciata la vendita online, ma non immaginavamo che mezz’ora dopo l’apertura ufficiale fossero rimasti solo pochi posti nella galleria superiore del teatro.

In ogni caso, missione compiuta: il 22 settembre 2018 è diventato un “FIRENZE” gigante sulle nostre agende. L’occasione meritava di fare le cose in grande, così abbiamo organizzato l’intero weekend nel capoluogo toscano: sabato 22 il talk al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, domenica 23 la mostra The Cleaner a Palazzo Strozzi, una retrospettiva sui 50 anni di carriera dell’artista.

Nanabianca davanti a Palazzo Strozzi
Davanti a Palazzo Strozzi per la mostra The Cleaner

Conoscevo vagamente l’opera di Marina Abramović dai tempi dell’esame di Storia dell’Arte Contemporanea all’università, ma il primo vero “incontro” è stato grazie al documentario The artist is present, trasmesso in tv qualche anno fa: per molte persone è l’artista “che fissa la gente”, ma io ricordo che quel reportage mi aveva fatto commuovere. Mai e poi mai pensavo che un giorno avrei visto Marina (da ora in poi la chiamerò solo così, in barba alla SEO e alle keywords) dal vivo, anche se col binocolo.

N.B.: questo non è il resoconto del talk o la recensione della mostra fiorentina, ma è una riflessione su quello che mi sono “portata a casa”.

La logistica

Prendete le difficoltà di viaggiare con una persona in carrozzina e moltiplicatele per due: questa volta, infatti, il gruppo in partenza da Verona era composto da quattro ragazze, subito ribattezzato “Gruppo vacanze Lourdes” poiché eravamo due carrozzate e due scarrozzanti, con annessi bagagli. Sono stata molto orgogliosa di me per aver applicato al contrario i (miei) dettami di Una valigia più grande di me, togliendo dal bagaglio ogni cosa superflua anziché portare tutto l’occorrente per essere autonoma: ciò che ha passato la dura selezione (un paio di jeans, due magliette, una canottiera-pigiama, un golfino, tre paia di mutande, due di calze, una mini bottiglietta d’acqua, una spugna “a fascia” per lavarmi dove non arrivo, qualche Tachipirina di sicurezza, una bustina contenente spazzolino, dentifricio, deodorante, boccetta di bagnoschiuma, qualche trucco), l’ho stivato comodamente in uno zainetto da merenda uscito magicamente dal mio armadio (e dagli anni ’90, giuro).

Nanabianca verso Firenze
Il mio bagaglio minuscolo per un weekend a Firenze

Non è stato scontato trovare due posti attrezzati per le carrozzine sullo stesso treno Italo, sia all’andata che al ritorno, ma la fortuna è stata dalla nostra parte nonostante le madonne tirate – sono pur sempre veneta – per la macchinosa procedura di prenotazione telefonica dell’assistenza Italo: se dovete prenotare il treno per due persone disabili con relativi accompagnatori, prendetevi mezza giornata per stare tranquilli (su questo argomento ho già speso qualche parole in questo articolo).

Nanabianca a Firenze
Io e Giorgia cariche di bagagli… non miei!

Sorvolerò pure sull’appartamento diversamente pulito in cui abbiamo pernottato, in pieno centro e a piano terra (sì, dopo svariati gradini però). Vorrei soffermarmi, invece, sullo stato delle strade pedonali di Firenze: per me è no! Non lo ricordavo, ma percorrerle in sedia a rotelle è stata un’esperienza abbastanza traumatica e che ha rallentato molto le nostre passeggiate, a causa dei lastroni dissestati, dei marciapiedi spesso inesistenti, dei vicoli stretti in cui sfrecciano i taxi, dei negozi e bar con alto gradino di ingresso. Verona mia, quanto ti rivaluto!

Marina Abramović Speaks

Il talk di Marina si teneva al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, geolocalizzato “in culo ai lupi” dal nostro Google Maps: non si trova molto al di fuori dal centro storico, ma la nostra idea di arrivarci a piedi – e a ruote – non si è rivelata così grandiosa.

Con calma però siamo arrivate. Il teatro è nuovissimo (inaugurato nel 2011) e accessibile, con tanto di posti già predisposti per le carrozzine, ascensore e bagno attrezzato.

Teatro del Maggio Musicale Fiorentino
Il Teatro del Maggio Musicale Fiorentino
Marina Abramovic Speaks
Tanta emozione per Marina Abramović Speaks

Per la prima volta da molto tempo ero emozionata nell’aspettare una persona famosa.

Il talk non è stato altro che un’intervista a Marina Abramović da parte di Arturo Galansino, il direttore della Fondazione Palazzo Strozzi di Firenze. Marina, magnetica e bellissima nei suoi quasi 72 anni (avete capito bene signori, 72) è uscita insieme alla sua traduttrice: parla un po’ di italiano – e lo ha riservato per aneddoti e battute finali -, ma per comodità l’intervista si è svolta in inglese, con una voce ipnotica e rassicurante.

Oltre a ripercorrere alcune tappe della sua carriera, Marina ha voluto trasmettere dei messaggi molto importanti, che vanno ben oltre l’arte, riassumibili nel contestato motto “Siamo tutti sulla stessa barca” (che in sala ha suscitato invece ripetuti applausi): siamo tutti abitanti di uno stesso, minuscolo pianeta ai margini dell’Universo, con tutte le deduzioni che ne derivano. La concretizzazione di questo concetto è arrivata in diretta, con una meditazione-performance collettiva dell’intero pubblico del teatro: in piedi (tranne noi carrozzate), con le mani sulle spalle dei propri vicini di poltrona e gli occhi chiusi, siamo stati immobili e in silenzio per tre minuti, ascoltando solo il proprio respiro e l’energia che fluiva tra questa catena di persone. In tutto il teatro non volava una mosca, si sentivano solo i click delle macchine dei fotografi.

Apparentemente l’arte di Marina Abramović non è per tutti, eppure arriva a un grandissimo numero di persone “non addette ai lavori” proprio perché mira alla pancia, a scatenare reazioni emotive: Marina l’ha detto chiaramente, l’obiettivo delle sue performance è quello di dare un pugno nello stomaco, di suscitare emozioni. È sempre positivo provare emozioni e non dobbiamo vergognarci di mostrarle.

Arturo Galansino intervista Marina Abramovic
Arturo Galansino intervista Marina Abramović

L’uomo ha paura di tre cose: morte, dolore e sofferenza. Se riesce a fare i conti con queste paure, può fare qualunque cosa: è questo il segreto delle performance estreme dell’artista serba, che a prima vista sembrano semplicemente delle pratiche inutilmente masochistiche. Lei ha comunque paura, ma quella paura la lascia entrare e la affronta, scoprendo di potersi spingere ben oltre i limiti del proprio corpo e della resistenza fisica. È quello che mi ha sempre insegnato lo yoga – da cui Marina attinge molto -: non paralizzarsi davanti al dolore, ma lasciarlo fluire e andare oltre.

Una persona che ha rischiato la vita più volte, che non ha timore di stare immobile per ore, di non mangiare, di non bere, di non parlare, di esporre il suo corpo alla curiosità morbosa della gente, di affondare le mani nella carne putrida, di guardare negli occhi la sofferenza di centinaia di persone… chi o che cosa la può fermare? È questo che più mi impressiona di Marina Abramović, la sua consapevolezza, il suo portamento a testa alta che la fa sembrare statuaria nonostante non sia altissima, la disinvoltura con cui è capace di compiere operazioni rivoltanti – come pulire con una brusca migliaia di ossa bovine appena arrivate dal macello, in un sottoscala fetido – e allo stesso tempo di andare il giorno dopo a ritirare il Leone d’Oro della Biennale di Venezia, parlando davanti a una platea internazionale (Balkan Baroque, 1997).

E poi sì, mi impressiona il fatto che abbia 72 anni e ne dimostri 55: io e le mie amiche ci siamo chieste per tutto il weekend l’entità degli eventuali ritocchini estetici sulla sua faccia, che tuttavia non giustificano un corpo ancora tonico e delle mani bellissime. Tutto merito dello yoga, secondo me. Comunque le tette sono rifatte, su questo non ci piove.

The Cleaner. La mostra di Palazzo Strozzi

Purificazione, ritorno all’essenziale, momento presente, tempo dilatato, silenzio, immobilità, resistenza fisica, curiosità morbosa, spingersi oltre i limiti del proprio corpo: sono questi i concetti, in ordine sparso, su cui ho riflettuto nelle sale della mostra The Cleaner.

Palazzo Strozzi è un’oasi di accessibilità all’interno del centro storico di Firenze, che non è esattamente disabled-friendly. Qui vi sono rampe, ascensori, bagni accessibili con tanto di sgabellino FÖRSIKTIG di Ikea che, udite udite, mi ha permesso di lavarmi le mani da sola dopo aver fatto pipì (voce di spesa nel bilancio del museo: -3,95€; vantaggio per quelli nani come me: incommensurabile)!

Toilette accessibile Palazzo Strozzi
La toilette di Palazzo Strozzi pensa anche a noi piccoletti

Ma torniamo al tema principale, la mostra. Ci siamo state proprio il giorno in cui un esaltato ha spaccato un quadro in testa a Marina.

L’esposizione ripercorre 50 anni di opere di Marina Abramović, la “regina” serba della performance e della body art. Come poter fruire una performance avvenuta, per esempio, negli anni ’80, dato che la caratteristica principale di questa forma d’arte è l’azione irripetibile, compiuta in uno spazio e in un tempo ben definiti? Prima di tutto attraverso fotografie e video: questi ultimi hanno spesso la stessa durata della performance (minuti, ore), oppure sono dei riassunti di atti performativi durati giorni, settimane o mesi.

Video installazioni mostra The Cleaner
Nella mostra sono proiettati i video delle performance più famose di Marina Abramović
Video di Balkan Erotic Epic
Video di Balkan Erotic Epic, da cui è evidente l’intervento di mastoplastica additiva sostenuto dall’artista serba

L’alternativa alla documentazione su supporto video e fotografico, è la cosiddetta re-performance: la riproposizione di una performance a distanza di molto tempo e a opera anche di altre persone. Il medesimo contenuto, ma in un tempo e in uno spazio diversi.

La mostra The Cleaner alterna fotografie, video di performance storiche di Marina, oggetti da lei creati o da lei usati per dare vita alle opere. Ma vi sono anche persone in carne e ossa, che in orari stabiliti reinterpretano Marina Abramović (e in un caso il suo compagno Ulay) in alcune delle sue opere performative più famose:

  • Imponderabilia, in cui le coppie di performers si alternano ogni due ore. Mi hanno chiesto tutti se sono passata anch’io attraverso i due corpi nudi e se avessi deciso di volgere la faccia verso le pudenda maschili o quelle femminili: sono desolata, ma non me la sono proprio sentita;
  • Cleaning the Mirror, in cui uno scheletro umano viene pulito per cinque ore con dell’acqua sempre più sporca;
  • Luminosity, dove una donna nuda resta 30 minuti sospesa su un sellino da bicicletta, esposta al voyeurismo dei presenti a pochi passi da lei;
  • il trio Freeing the Memory/Freeing the Voice/Freeing the Body, in cui la performance inizia alle h. 16.00 e prosegue a oltranza, fino a quando l’artista non perde le parole/la voce/le forze.
  • Dal 28 novembre al 9 dicembre verrà ri-performata The House with the Ocean View: in questo caso Marina ha vissuto per 12 giorni sopra una specie di soppalco, compiendo tutte le azioni della cura quotidiana sotto lo sguardo dei visitatori.
    Re-performance di Imponderabilia
    Re-performance di Imponderabilia

    Re-performance di Cleaning the Mirror
    Re-performance di Cleaning the Mirror

La forza delle performance di Marina Abramović, oltre a essere di altissimo valore simbolico, è quella di mettere le persone davanti a se stesse, alle proprie fragilità, ai sensi di colpa. Le sue azioni, così assurdamente potenti e coraggiose – anche quando si limita a guardare negli occhi -, ti fanno chiedere continuamente: che cosa avrei fatto io al suo posto? L’avrei spiata morbosamente o non sarei riuscita a sostenere lo sguardo? L’avrei lasciata morire o avrei cercato di salvarla? Sarei stata tra quelli che hanno sfiorato il suo corpo con una piuma o tra coloro che le hanno messo in mano una pistola carica?

Va da sé che una re-performance risulta in gran parte svuotata del significato della performance originaria, che aveva senso in un contesto di spazio e tempo ben preciso. Una re-performance è come la copia fedele di un dipinto: sicuramente ben fatta, ma non susciterà mai le reazioni spontanee e imprevedibili dell’opera prima. Alla mostra di Firenze questa patina si percepisce, per quanto la resistenza fisica e la costanza dei 34 performers sia assolutamente ammirevole, poiché per sua natura manca la forza dirompente delle azioni proprie di Marina: ho comunque apprezzato questo modo di fruire la mostra, attraverso un’esperienza sicuramente immersiva e decisamente ipnotica (penso a starsene seduti per un’ora a guardare la ragazza che puliva lo scheletro umano sulle sue ginocchia…). Mostra immersiva anche per quanto riguarda gli altri sensi: la sala in cui sono esposte le ossa di mucca pulite da Marina durante la Biennale del 1997, ha un odore di morte che non sciocca subito, ma nausea sul lungo termine (e infatti le povere maschere di sala si devono alternare spesso).

Le ossa bovine di Balkan Baroque
Le ossa bovine di Balkan Baroque

Perché ci voglio tornare (e perché dovreste andarci anche voi)

Sto seriamente pensando di fare una “Gita a Firenze-Atto Secondo”, una re-performance della mia visita. Innanzitutto, per vedere la riproposizione di The House of the Ocean View (che mi dicono essere stata citata anche in una puntata di Sex and the City), “in onda” per soli dodici giorni; poi, per prendermi più tempo per annullare il tempo, ipnotizzandomi davanti alle altre re-performance; e chissà, magari passare alla storia come quella che tra i nudi di Imponderabilia ci ha messo letteralmente la faccia (da che parte lo devo ancora decidere).

The House with the Ocean View
La sala della re-performance di The House with the Ocean View
Visitatori alle prese con Counting the Rice
Visitatori alle prese con Counting the Rice

Al termine della mostra c’è una stanza, in cui i visitatori possono partecipare a un esercizio molto particolare, Counting the Rice: invitati a isolarsi tramite cuffie insonorizzanti – e dopo aver chiuso in un armadietto smartphones e orologi – i visitatori si siedono a un tavolo per suddividere riso bianco e lenticchie nere, prendendo nota su un foglio del numero dei chicchi. «Marina Abramović vuole dare al pubblico l’opportunità di riflettere sul senso del presente e su una nuova connessione con se stessi, infondendo un senso di calma, concentrazione e cura» (dal sito della mostra, N.d.R.). Voglio tornare a Firenze per darmi il tempo di provare anche questa esperienza. Perché, come sostiene l’artista, chi non sa contare le lenticchie, non può fare nulla nella vita.

Transitory Objects
Io che usufruisco dei Transitory Objects

Un racconto da ascensore per concludere

Gli ascensori offrono sempre spettacoli inaspettati e inaccessibili ai più, costretti quasi sempre a prendere le scale: non è mai scontato chi ci si può incontrare o che cosa si può vedere capitando al piano sbagliato; spesso gli ascensori si trovano nelle ali dei musei chiuse al pubblico, o sono essi stessi dei gioiellini (come l’ascensore privato di Casa Milà progettata da Gaudì a Barcellona, utilizzato solo dagli inquilini del prestigioso palazzo… e dai visitatori disabili!).

A Palazzo Strozzi è successo di nuovo. Nel momento di dover riprendere l’ascensore alla fine dell’esposizione – che è stato allestito in modo scioccante proprio per questa occasione, ma non vi posso spoilerare i dettagli: andateci! -, è entrata con noi la coppia di performers che aveva appena “smesso” i panni di due ore di immobilità in Imponderabilia: non erano più nudi, ma coperti da un camice bianco, abbottonato con lentezza e concentrazione al termine della performance. Sono rimasti in silenzio, ancora calati nel loro ruolo di “strumento e veicolo” artistico, tranne per un fugace sorriso quando i loro sguardi si sono incrociati di nuovo, una volta chiuse le porte dell’ascensore.

Abbiamo viaggiato in questa atmosfera surreale senza proferire parola, fino ai sotterranei dove loro dovevano scendere: qui ci hanno fatto un cenno di saluto con la testa e hanno continuato la LORO performance, questa volta genuina. Ho l’immagine di loro due, di schiena nei loro camici bianchi, chi si allontanano senza fretta fianco a fianco lungo un dritto corridoio, come in trance, senza guardarsi, senza parlare, senza correre, ancora dentro alla parte fino alla fine. Sembravano aver raggiunto davvero lo stato di quiete.

Ascensore mostra The Cleaner

3 risposte a "Ecco perché voglio tornare alla mostra di Marina Abramović a Firenze"

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  1. Sono stata alla mostra a dicembre ed è stata davvero un’esperienza fortissima. Ho scoperto da pochi anni Marina Abramovic e la trovo assolutamente magnetica. Prima di visitare la mostra mi sono letta la sua autobiografia e mi ha aiutato a capire molto del personaggio e soprattutto della persona. Mi sono sorpresa per essermi girata dalla parte opposta rispetto a quella verso la quale pensavo di girarmi in Imponderabilia, mi sono soffermata parecchio davanti al performer che puliva lo scheletro che mi ha smosso qualcosa e mi ha fatto piangere, ho provato sia gli oggetti transitori, sia la conta del riso e delle lenticchie, anche se purtroppo solo brevemente visto l’orario di chiusura incombente. È un’esperienza che mi ha sicuramente arricchita e mi piacerebbe molto riprovarla. E comunque ha ragione Marina, contare le lenticchie è fondamentale! 😉

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